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In Gran Bretagna e in Germania va in crisi il terzo polo. In Italia, ormai, neanche a parlarne…
E’ stato il Maggio delle sconfitte illustri, nelle principali elezioni che si son svolte in giro per l’Europa: in Germania, dove si è votato nel NordReno Westfalia, la CDU di Angela Merkel ha perso il 10.3% dei voti e la maggioranza al Bundesrat, la Camera delle regioni; nelle general elections britanniche, invece, hanno perso un po’ tutti: i Tory di Cameron non hanno raggiunto una maggioranza assoluta che fino a qualche mese fa sembrava cosa scontata, il Labour di Brown ha lasciato l’esecutivo, i LibDem che parevano lanciatissimi verso un risultato storico, si sono rivelati un grosso bluff perdendo addirittura 4 seggi in Parlamento. Poco importa se grazie agli accordi post-elettorali Clegg e i suoi siano riusciti a far parte di un esecutivo che secondo noi avrà vita breve.
Ma è stato anche il Maggio dei mezzi risultati: né in Germania né in Gran Bretagna un partito è riuscito ad ottenere la maggioranza assoluta dei seggi. In NordReno Westfalia sia la CDU che la SPD hanno ottenuto 67 poltrone su un totale di 187 al Bundestrat, con il 34,6% del partito della Merkel e il 34,5% dei socialdemocratici. I sudditi della Regina hanno invece consegnato 306 seggi ai conservatori e 258 ai laburisti sui 650 della Camera dei Comuni.
A fronte di queste dati, sarebbe naturale aspettarsi l’ascesa dei partiti minori che guadagno voti e consensi, ma la realtà è purtroppo ben diversa.
In Gran Bretagna i liberaldemocratici confidavano in un risultato intorno al 30% e in aumento del numero dei seggi, e i sondaggi della vigilia sembravano confermare quantomeno la possibilità che si verificasse uno scenario di questo tipo, ma già dai primi exit poll del 6 Maggio si sono avuti sentori di debacle, poi confermato dal risultato definitivo delle urne: 23% e 57 seggi anziché i 61 della legislatura precedente. La bolla Nick Clegg si è sgonfiata in men che non si dica, e gli elettori britannici, nonostante la voglia di cambiamento tanto sbandierata alla vigilia, in una contingenza storica critica come quella che stanno vivendo, con il debito pubblico nazionale che è il più alto tra gli Stati europei, hanno votato senza tradire quell’indole al bipartitismo propria di quell’esperienza politica. Le trattative per formare l’esecutivo hanno poi portato ad un accordo con i Tory che però, ovviamente, non è quel tipo di accordo preelettorale basato sulla comunanza di intenzioni e non su un calcolo matematico, che noi stessi ci auspicavamo alla vigilia: fatto sta che Clegg sarà viceministro e i Lib-Dem ottengono anche quattro gabinetti nell’esecutivo, tra qui quello dell’economia alla grande mente del partito, Vince Cable. E’ un esecutivo che verosimilmente avrà vita breve per l’impossibilità di governare con pugno forte da parte dei Tory, e un indizio si è subito avuto quando tra i liberaldemocratici iniziavano a circolare voci di soddisfazione e insieme sbigottimento sull’accordo che recitavano più o meno “non ce lo aspettavamo, hanno stracciato il loro programma per inserire il nostro”. Ma questa esperienza di governo non potrà che far male ai Lib-Dem: intanto per l’impossibilità di proporre la riforma della legge elettorale, che i Tory hanno negato categoricamente, salvo poi accordarsi su un referendum popolare in materia, che difficilmente potrà ribaltare l’attuale maggioritario puro, autentico scudo del bipartitismo contro possibili incursioni esterne. E non è difficile ipotizzare su chi ricadrebbero gran parte delle colpe qualora l’esecutivo di Cameron dovesse davvero avere vita breve e si dovesse andare ad elezioni anticipate che sarebbero molto probabilmente una condanna per il partito di Clegg.
Regge forte anche il bipartitismo tedesco, e ciò è dovuto soprattutto alla caduta della FDP, il partito liberale del vicecancelliere e ministro degli Esteri Guido Westerwelle, alleato con la CDU, che a fronte del quasi 15% raccolto alle ultime elezioni politiche nazionali, si è fermato al 6,5%, ed ha perso peso anche nell’alleanza governativa tanto che la Merkel, nel post-elezioni, si è affrettata a dire che non ci saranno tagli delle tasse nei prossimi due anni, di fatto escludendo dai programmi quello che era stato il cavallo di battaglia della FDP. Il cui crollo, comunque, è comunque parallelo a quello della CDU, che fino a due settimane prima delle elezioni sembrava proiettata intorno al 40% contro il 30% della SPD: poi è arrivato il dibattito interno sugli aiuti miliardari per ripianare il debito greco, con l’elettorato e la stampa di tendenza conservatrice che spingevano la Merkel a non concederli, con la stessa Merkel che provava a rinviare la decisione ma che alla fine ha ceduto. A fare l’exploit sono stati invece i Verdi, che hanno raggiunto il 12,1%, loro massimo storico assoluto, e la Linke, la sinistra radicale, che con il 5,6% è riuscita ad entrare in Parlamento superando il quorum del 5%. La candidata regionale dei Verdi, Sylvia Loehrmann, ha subito parlato di una possibile coalizione verde-giallo-rossa per creare un terzo polo al fine di insidiare in futuro CDU e SPD. Terzo polo che anche in questi casi avrebbe più interessi numerici che ideologici e quindi non auspicabile.
E in Italia? Dalle nostre parti ogni tanto ci pensa Pier Ferdinando Casini a ridestarsi dal torpore per proporre un improponibile (scusate il bisticcio lessicale, ma ci sembra quanto mai appropriato) governo di salute pubblica al fine di realizzare quelle riforme strutturali che servono al Paese e di metter fine al “bipolarismo dei litigi”. E’ evidente che la strada è quella sbagliata: la soluzione alternativa al bipolarismo non è l’unipolarismo ma il multipolarismo. |